Il Museo Euganeo Romano

 

Cartolina storica: la prima sede del Museo nell'Oratorio di Santa Maria dei Battuti.

Dopo gli straordinari rinvenimenti preromani e la donazione dei Benvenuti, il comune delibera che il Civico Museo Lapidario cambi il suo nome in Museo Euganeo-Romano.

Si decide di lasciare il lapidario e le collezioni romane a Santa Maria dei Battuti e di destinare alle ormai imponenti collezioni preromane la sala superiore dell’adiacente chiesa di San Francesco, in cui già dal 1877 erano state collocate “le vetrine che raccolgono le antichità metalliche”.

1880: il consiglio comunale approva il “Regolamento pel servizio del Civico Museo Euganeo-Romano di Este” in cui si legge che “il personale del museo si compone di un Conservatore, di un Viceconservatore, di un Custode, di una Commissione di Patronato, di una Commissione Tecnica”.

1880 - 1890: l’opera della commissione di patronato, che deve vigilare sull’amministrazione del museo, sugli scavi e sull’ordinamento e il mantenimento delle collezioni, sarà determinante per la vita del museo. Nella prima seduta, la commissione designa come viceconservatore Alfonso Alfonsi e un mese dopo invita il Prosdocimi a trasferire nella nuova sede di San Francesco “quanto vi appartiene” a causa della scarsità di spazio e “considerando il crescente numero di lapidi...”.

1881: vengono eseguiti i lavori per la sistemazione della collezione e l’apertura al pubblico.

1882: sei anni dopo le scoperte del podere Boldù Dolfin, Prosdocimi pubblica un’ampia relazione di scavo nella quale riesce a tracciare una sintesi della civiltà atestina dell’età del ferro (dal X al secondo secolo a.C.) attribuendola al misterioso popolo degli Euganei; sono particolarmente interessanti, e ancora validi, i dati sulla topografia antica di Este.

Già nel 1882 Wolfang Helbig dimostra l’inconsistenza della nozione di “euganeo” assegnando ai Veneti, chiaramente citati nelle fonti letterarie, le iscrizioni e la cultura preromana .

Negli anni a seguire Prosdocimi continuerà ad esplorare aree di necropoli e di abitato, tra cui quelle in località Morlungo e Ponso. Nei fondi privati non potè seguire con rigore scientifico lo svolgimento degli scavi, in particolare nel fondo Baratella, area della scoperta del santuario della dea Reitia, a causa della legislazione dell’epoca che consentiva a chiunque di condurre esplorazioni archeologiche nella sua proprietà senza permesso e controllo.

Contemporaneamente si svolsero gli scavi nelle proprietà di Antonio Nazari, in quegli anni sindaco di Este, seguiti da don Francesco Soranzo: con i ricchissimi materiali qui ritrovati i Nazari arricchirono la loro raccolta di antichità, costituendo nella propria casa di via Garibaldi un vero e proprio museo i cui materiali furono purtroppo esposti senza alcun ordine logico, riducendone notevolmente il valore scientifico.

In questi anni il costo delle acquisizioni di oggetti antichi rinvenuti in fondi privati gravò pesantemente sul modesto bilancio del museo.
Alcuni oggetti non poterono invece essere restituiti alla città di Este: Soranzo, divenuto parroco a Vigonza, alle porte di Padova, vi trasferì una piccola collezione personale che, alla sua morte, fu venduta per 900 lire al museo preistorico di Roma.